Gran parte dei danni che oggi si possono riscontrare sulle pitture antiche si devono all’uso diffuso nel Sette e Ottocento di alcali caustici (soda caustica, potassa caustica) o di altre sostanze e metodologie che permettevano un rapido risultato nelle operazioni di pulitura. Perciò un dipinto può essere stato malamente pulito già in passato e se, sempre in passato, un “buon” intervento di restauro pittorico, unito all’aiuto dato da uno spesso strato di vernice pigmentata ha potuto farlo sembrare intatto o quasi, il nuovo intervento di pulitura (quando non sia ben documentato e quindi giustificato), potrà essere oggetto di pesanti critiche riportando in luce gli antichi guasti. D’altra parte non è tollerabile neanche il caso, purtroppo non infrequente, di ripararsi dietro l’alibi di un danno precedente nei casi di una pulitura non riuscita.


Nella fase preliminare all’intervento, il restauratore cercherà di stabilire lo stato di conservazione del manufatto, quanta parte di ciò che è visibile sul dipinto è originale e quanto invece è stato aggiunto in seguito. Sappiamo che in passato il rispetto per l’autenticità dell’opera era un concetto relativo, mentre era forte l’effetto esercitato dall’opera intatta con conseguenti e vistosi interventi di ridipintura. Il restauro, spesso, non aveva altro scopo che risarcire i danni e vaste aree di pittura venivano coperte da nuovi strati di colore solo perché vicine a una lacuna da risarcire. Non erano poi rari i casi di ampi interventi pittorici successivi alla realizzazione dell’opera il cui fine era quello di aggiornare, “correggere”, abbellire, ovvero di venire incontro ai cambiamenti di gusto della committenza o alle esigenze di mercato. Non sono inoltre da dimenticare le ridipinture che ricorrono nel contesto della falsificazione.


Una prima valutazione è sempre possibile da parte del restauratore anche senza ricorrere a speciali tecniche (quali le indagini in fluorescenza ultravioletta o in infrarosso), in quanto i restauri, spesso, si distinguono dall’originale per le alterazioni cromatiche cui sono sovente soggetti e per la non perfetta conformità fisica rispetto alla superficie dell’opera. Non sono tuttavia rari i casi in cui anche l’occhio più esperto non riesca a valutare correttamente l’estensione dei restauri antichi e ricerchi condizioni di illuminazione che possano accentuare le differenze di andamento della superficie, spostando, ad esempio, la fonte di illuminazione in modo da avere un perfetto riflesso speculare della zona interessata, oppure illuminando l’opera in modo che la luce colpisca quasi parallelamente la superficie pittorica (luce radente).


L’intervento di restauro tende non solo al consolidamento e alla conservazione ma, afferma Brandi, anche “al ristabilimento dell’unità originaria”, la quale potrà essere ritrovata anche attraverso la rimozione delle aggiunte. Con Brandi si pone però anche il problema della possibile conservazione delle aggiunte: se infatti queste ultime vanno sempre conservate dal punto di vista storico poiché “la remozione distruggerebbe un documento senza documentare sé stessa”, dal punto di vista estetico “se l’aggiunta deturpa, snatura, offusca… o sottrae in parte alla vista l’opera d’arte” deve invece essere rimossa. Risulta evidente che il conflitto che Brandi pone può essere risolto solo giustificando adeguatamente l’intervento, poiché sicuramente poco giustificata risulterebbe la rimozione di una aggiunta che non deturpa, non snatura, non offusca e che riporta alla vista soltanto la preparazione o la superficie del supporto.


Al fine di stabilire lo stato di conservazione e, in particolare, se gli interventi pittorici successivi alla realizzazione dell’opera coprano parte dell’originale, si potrà ricorrere a quelle tecniche di indagine capaci di rendere parzialmente trasparente la ridipintura (quali gli esame in luce trasmessa, in infrarosso trasmesso e la radiografia ai raggi X), oppure si potranno operare dei microprelievi selettivi che, studiati al microscopio, aiuteranno a comprendere la struttura stratigrafica dell’opera. Si può comunque affermare, in linea di massima, che la possibilità di migliorare la qualità con le attuali tecniche di reintegrazione pittorica rende quasi sempre preferibile operare la rimozione delle aggiunte.
In molti casi, poi, i vecchi ritocchi devono essere necessariamente eliminati dato che hanno perso le qualità estetiche o meccaniche originarie.


Stabilita con certezza la necessità della rimozione della ridipintura, le metodologie applicabili seguono sostanzialmente quelle tipiche della pulitura della superficie pittorica, compresa la via della demolizione meccanica. Il medium di cui è costituita la ridipintura potrà essere molto vario, inoltre il processo di invecchiamento potrebbe avere operato delle modificazioni strutturali mutandone le proprietà chimico fisiche e rendendolo praticamente insolubile alla maggior parte dei solventi usualmente impiegati. In questo caso l’operazione risulterà estremamente delicata in quanto si dovrà ricorrere a solventi capaci di attaccare il legante di cui è costituita la ridipintura pur rispettando lo strato pittorico originale sottostante. Poiché questo risulta frequentemente più fragile delle aggiunte ci si limiterà ad ammorbidire lo strato da rimuovere terminando l’azione per via meccanica, sempre attraverso l’osservazione diretta con il microscopio bioculare.

 Manfredi Faldi – Claudio Paolini

artisEstratto da: Artis (Art and Restoration Techniques Interactive Studio), Direzione scientifica: Manfredi Faldi, Claudio Paolini. Cd Rom realizzato da un gruppo di istituti di restauro europei, coordinati dall’Istituto per l’Arte e il Restauro Palazzo Spinelli, con il determinante contributo della Commissione Europea nell’ambito del programma d’azione INFO2000.

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